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martedì 27 settembre 2011

Questo sì che ci mancava..

Cicciolina si candida a sindaco

«Un casinò in Villa reale a Monza»

Monza - Cicciolina si candida a sindaco di Monza (TMNews photo) (Foto by SICKI)

Monza - Alle soglie dei 60 anni e del discusso percepimento di un vitalizio da 3 mila euro al mese per l'unica legislatura trascorsa in Parlamento, l'ex pornostar Cicciolina annuncia il suo futuro in politica al settimanale 'Oggi', da domani in edicola (anche su www.oggi.it). "Intendiamo fondare - afferma nell'intervista, una sintesi della quale è stata diffusa dall'ufficio stampa del periodico - un partito di tipo ottimista-futurista. Basta con i partiti del magna-magna, i voti pilotati, gli appalti e le corruzioni. Pensiamo a un partito degli onesti: antimilitarista e per i diritti dei deboli. Andrei fra la gente, come al tempo dei Radicali, ad ascoltare i problemi". Cicciolina rilancia anche quello che definisce "il mio antico progetto di diventare sindaco di Monza. Farei diventare Monza una città eccitante! Ne ha tutte le potenzialità. Per esempio, se si trasformasse la Villa Reale in un lussuoso Casinò arriverebbero soldi a palate per il comune". E promette: "Si sentirà ancora parlare di Cicciolina in politica".


lunedì 26 settembre 2011

I figli di tremonti e pedemontana


L'azienda pubblica paga l'affitto
ai figli del ministro Tremonti

L'affare con l'Autostrada Pedemontana, di proprietà della Milano-Serravalle dello scandalo che ha coinvolto Filippo Penati: la società ha preso in locazione gli uffici al centro di Milano di proprietà degli eredi di mister Economia

Azioni? Obbligazioni? Titoli di Stato? Macché, quando si tratta di investire il gruzzolo di casa, la famiglia Tremonti gira alla larga dai mercati finanziari e va sul sicuro. Anzi, sul mattone. Lo rivelano i bilanci delle società controllate dal ministro dell'Economia e dai suoi parenti stretti, moglie e figli. C'è l'Immobiliare Crocefisso srl, che due anni fa, come Il Fatto Quotidiano ha già raccontato, si è comprata un intero palazzo d'epoca (tre piani) nella centralissima via Clerici a Milano. Quest'ultimo acquisto è andato ad aggiungersi agli uffici di via Crocefisso, pure questi nel centro di Milano, dove ha sede lo studio tributario fondato da Tremonti e ora affidato ai suoi storici collaboratori Enrico Vitali, Dario Romagnoli e Lorenzo Piccardi.

La vera sorpresa arriva però da un'altra società. Si chiama Nitrum e risulta intestata ai due figli del ministro, Luisa, 33 anni, e Giovanni, 26. Anche Nitrum, come vuole la tradizione di famiglia, ha puntato sul mattone. Tra l'altro possiede un intero piano di uno dei palazzi più alti di Milano, un grattacielo costruito negli anni Cinquanta in piazza Repubblica a Milano, vicino alla stazione Centrale. Ebbene, chi ha preso in affitto i locali degli eredi di Tremonti? Le carte ufficiali consultate dal Fatto rivelano che in quelle stanze si è insediata un'azienda pubblica, l'Autostrada Pedemontana lombarda. Proprio lì, al sesto piano del grattacielo milanese, si trovano gli uffici della società che sta realizzando una delle opere più costose e discusse degli ultimi anni. Una nuova autostrada che tagliando il varesotto e poi la Brianza dovrebbe diventare una nuova arteria di collegamento veloce tra il nordovest della Lombardia e Bergamo. Nel 2007 i vertici della Pedemontana, all'epoca presieduta da Fabio Terragni, hanno deciso di cambiare sede. E la scelta per i nuovi uffici, 650 metri quadrati in tutto, è caduta proprio sull'immobile di proprietà della famiglia Tremonti.

Risultato: i figli del ministro dell'Economia, tramite la società Nitrum, incassano l'affitto, che ammonta ad alcune centinaia di migliaia di euro l'anno, da una società a controllo pubblico. L'ufficio stampa della Pedemontana, contattato dal Fatto Quotidiano, ha ritenuto di non commentare né di rispondere alla richiesta di dettagli. Sta di fatto che da principio quel sesto piano era di proprietà di un istituto di credito, la Banca Carige. Nel 2001 arriva la Nitrum che all'inizio si accontenta di un leasing del valore complessivo di 3,8 milioni di euro. Nel 2009, alla scadenza del contratto, l'immobile è stato riscattato dalla società dei figli di Tremonti. Nel frattempo, a metà del 2007, gli uffici sono stati presi in affitto dalla Pedemontana, che nel suo bilancio ha spiegato il trasloco con l'esigenza di avvicinarsi alle "sedi delle istituzioni". In effetti, non lontano da piazza della Repubblica si trova anche la sede della Regione Lombardia.

La quota di maggioranza della società Autostrada Pedemontana è di proprietà della Milano Serravalle, proprio la società tornata alla ribalta in questi mesi per lo scandalo che ha travolto Filippo Penati, ex presidente della Provincia di Milano, fino a pochi mesi una dei più importanti esponenti del Pd al Nord. La Serravalle, a sua volta, ha come soci principali Provincia e Comune di Milano. Azionisti a parte, la Pedemontana è però legata a filo doppio al mondo politico. I finanziamenti pubblici per la nuova autostrada lombarda arrivano grazie al Cipe, il Comitato interministeriale per la programmazione economica di cui Tremonti, come ministro dell'Economia, è vicepresidente. Ma oltre a questa relazione istituzionale c'è, come abbiamo visto, anche una connection familiare: la Pedemontana paga l'affitto ai figli del ministro, Luisa e Giovanni. Gli eredi di Tremonti hanno comprato la Nitrum, che già possedeva un importante patrimonio immobiliare, a metà del 2006. Un affare tutto in famiglia. A vendere è stata la signora Tremonti, cioè la mamma degli acquirenti. Che se la sono cavata con poco: 37 mila euro.

da Il Fatto Quotidiano del 24 settembre 2011


domenica 18 settembre 2011

TALPE NEL PALAZZO

Talpe nel palazzo

 

di Paolo Biondai,

L'Espresso - 16 settembre 2011

 

Talpe nel palazzo

 

La maxi-inchiesta sulla 'ndrangheta lombarda è ancora segretissima, quando una squadra di carabinieri dell'antimafia riesce a nascondere una telecamera di fronte alla villa di un capoclan. 

 

 

I pm milanesi vogliono scoprire (e poter documentare) chi incontra. La missione è difficile: l'inquisito per mafia, ufficialmente imprenditore, è molto guardingo, si circonda di collaboratori- sentinelle e abita in una via di Giussano, nella popolosissima Brianza, dove è difficile passare inosservati. 

Per giorni i militari si fingono operai al lavoro per strada e finalmente piazzano la telecamera in cima a un lampione. 

Il 20 gennaio 2009 le immagini cominciano ad essere registrate nella vicina stazione dell'Arma di Seregno. Ma appena sei giorni dopo, l'inchiesta è bruciata. Un complice avverte il mafioso di aver ricevuto «un'ambasciata dallo sbirro». Una soffiata precisissima: la descrizione esatta dell'inquadratura che arriva sul monitor dei militari. 

Un'immagine che può essere vista solo dall'interno della caserma. Da un traditore dello Stato. E dei tanti carabinieri onesti che rischiano la vita per poco più di mille euro al mese. Un anno e mezzo dopo, nel luglio 2010, quando scatta la storica retata con trecento arresti tra Milano e la Calabria, anche i presunti mafiosi brianzoli finiscono in manette, incastrati da altre microspie. 

Ma la talpa in divisa resta tuttora senza nome. Insieme a troppi altri uomini dello Stato passati al servizio dell'Antistato. Al Sud come nell'insospettato Nord. "L'Espresso" nello scorso numero ha raccontato come l'emissario della cosiddetta P3 si è presentato dal procuratore aggiunto di Milano, Nicola Cerrato, cercando di carpire informazioni sull'inchiesta contro la 'ndrangheta: Pasqualino Lombardi voleva sapere se fossero indagati cinque politici del Pdl lombardo e domandò (invano) di incontrare il pm Ilda Boccassini. 

L'emissario disse che lo mandava il governatore Roberto Formigoni, con cui aveva rapporti diretti. Dei cinque, il più vicino ai boss era l'allora assessore regionale Massimo Ponzoni (l'unico indagato, ma per altre corruzioni), però anche gli altri quattro erano citati nelle intercettazioni antimafia. 

Come faceva Lombardi a sapere così esattamente quali politici comparivano in atti giudiziari ancora top secret? Giudici come Giovanni Falcone hanno insegnato che la criminalità esiste in tutti i Paesi ed è contro lo Stato, ma in Italia la mafia è dentro lo Stato. Ora l'emergenza riguarda la 'ndrangheta, che è diventata l'organizzazione più ricca e potente. Esaminando solo le indagini più recenti sulle cosche in Lombardia, "l'Espresso" ha contato almeno 18 talpe: pubblici ufficiali che hanno svelato i segreti delle inchieste, ma sono rimasti in gran parte «non identificati», come denunciano i giudici sottolineando la «gravità », «pericolosità» ed «evidenza» dei loro tradimenti. Tra i tanti, c'è perfino un «militare in servizio alla Direzione distrettuale antimafia di Milano», ossia negli uffici della procura. Una talpa mai smascherata, ma attiva almeno fino al 2009, visto che a fine anno un mafioso del clan di Milano-Pioltello allertava i complici dicendo di aver «visto insieme a quello della Dda tutte le carte con i nostri nomi» e «le microspie in macchina». La certezza che la 'ndrangheta è riuscita a infiltrarsi perfino nella loro inchiesta, i pm milanesi la ricavano quando sentono gli stessi affiliati parlare di una seconda talpa, che a differenza della prima ha un nome: «Michele, il carabiniere di Rho che ci passava informazioni sulle intercettazioni in cambio della mancia». 

A Rho, il comune dell'Expo 2015, l'inchiesta travolge quattro carabinieri accusati di corruzione. L'appuntato Michele, al secolo Berlingieri, viene arrestato addirittura per concorso esterno in associazione mafiosa. A incastrarlo è il video di un omicidio. Il 25 gennaio 2010 il figlio di un boss calabrese ammazza a colpi di pistola un giovane albanese in un bar. L'appuntato Michele, ignaro che i colleghi di Monza lo stanno filmando, entra nel locale, raccoglie i bossoli e li risistema per truccare la scena del delitto. Quando il killer passa la pistola a un complice, lo lascia uscire indisturbato. Poi stringe la mano al padre dell'assassino. 

Commento dei mafiosi: «Michele lo sbirro si è comportato benissimo». Dalle stesse indagini saltano fuori storie di blitz antidroga organizzati tra Milano e Varese per togliere di mezzo gli spacciatori concorrenti della 'ndrangheta. Ignoti funzionari dell'Anas che, quando la procura deve farsi autorizzare una videoripresa sulla statale, avvisano in diretta un boss, che annulla un summit con decine di mafiosi. Cittadini derubati di auto o furgoni che, seguendo il loro Gps, guidano una pattuglia da uno sfasciacarrozze, che non viene controllato, ma salvato. E quando i carabinieri onesti arrestano tutti, si scopre che proprio lì c'era «un arsenale di armi da guerra della 'ndrangheta». Nelle ordinanze del 2011 spunta perfino "suor talpa". 

Paolo Martino, boss reggino con ricchi interessi e molti amici tra politica e discoteche a Milano (il più famoso è Lele Mora), prima dell'arresto si ritrova una microspia in macchina. Al che si rivolge alla sorella, che è religiosa delle Paoline nonché vicedirettore sanitario dell'ospedale cattolico di Albano Laziale. «Informati dalla tua consorella », le dice furbescamente. Tre settimane dopo, la suora gli spiattella che c'è un pentito: «Ho sentito quella persona lì, mi ha detto di stare attenta... quel personaggio sta a cantà». Un aiuto alla mafia arriva pure dalle polizie municipali tanto amate dalla Lega: a Lurago d'Erba il comandante locale controlla le targhe delle auto dell'antimafia e avverte i boss (si spera ignorandone lo spessore criminale) riuniti nel loro maneggio. Intanto il direttore sanitario del carcere di Monza chiede voti e favori a un mafioso appena scarcerato (e poi ammazzato). 

Mentre un maresciallo «non identificato» avverte un padrino di Pioltello, in teoria ai domiciliari, di «non girare sulla sua Bmw», dove in effetti i carabinieri hanno piazzato una cimice. E non manca «un sottufficiale in servizio alla procura di Monza » che non denuncia due ricettatori, pur sentendosi dire che «nascondono armi» poi finite alla 'ndrangheta. Nei rapporti con le talpe, i mafiosi sembrano seguire un codice. 

Ogni boss protegge l'identità dei propri informatori: un tesoro da nascondere anche ai complici. Proprio le indagini di Milano e Reggio dimostrano però che la 'ndrangheta è un'organizzazione «unitaria e verticistica». Per cui la singola talpa rischia di favorire tutte la 'ndrine. E di manipolare anche le indagini più serie, come ha denunciato il procuratore Giuseppe Pignatone alla commissione Antimafia: il boss informato in anticipo ha il potere di decidere quali amici salvare e quali nemici far arrestare. Ora la scoperta di una rete di talpe così ramificata perfino a Milano rafforza i sospetti che la 'ndrangheta continui a beneficiare di un livello ancora segreto di complicità clamorose e inconfessabili. 

«La vicenda più inquietante», secondo i giudici antimafia, almeno per ora è l'arresto di Giovanni Zumbo, ex custode giudiziario di immobili e società sequestrate alla mafia calabrese, nonché collaboratore del Sismi dal 2004 al 2006, quando il servizio segreto militare era in mano al generale Nicolò Pollari e al suo uomo forte Marco Mancini. 

Nel marzo 2010 l'allora insospettabile Zumbo, accompagnato da un mafioso, Giovanni Ficara, viene intercettato mentre racconta a un superlatitante, Giuseppe Pelle, tutti i particolari della maxi-inchiesta ancora top secret di Milano e Reggio. Non lo fa «per soldi», ma perché, come spiega lui stesso ai boss, «ho fatto parte e faccio tuttora parte di un sistema molto vasto», formato da uomini dello Stato che in realtà sono «i peggiori criminali»: «Hanno fatto cose che solo a sentirle, a me viene freddo». 

Dopo l'arresto per mafia, Zumbo è stato rinviato a giudizio, con il boss Ficara e due complici, anche per le armi e l'esplosivo fatti ritrovare a Reggio nel gennaio 2010, nel giorno della visita del presidente della Repubblica. Un depistaggio spettacolare, inscenato per accreditarsi come confidente con i magistrati della nuova guardia. 

E rubare altre soffiate. Ordinandone la cattura, i giudici avvertono che Zumbo si era messo a disposizione dei mafiosi «perché incaricato da qualcuno, interessato a entrare in rapporto con i boss a costo di vanificare le più importanti indagini dei carabinieri contro la 'ndrangheta». 

Qualcuno «alla cui volontà non poteva sottrarsi». Il procuratore Pignatone lo ha definito «il puparo». 

Il suo nome resta un mistero: le indagini documentano solo che i due boss dei clan Pelle e Ficara- Latella «convocarono» la loro talpa, dopo aver avuto una prima soffiata da un agente segreto, ex militare, in contatto con altri tre 007, con un passato nel Ros. 

Dopo un anno di carcere duro, Zumbo ha parlato una sola volta con i magistrati, ripetendo lo sfogo che aveva confidato a un ufficiale dei carabinieri fin dal giorno dell'arresto: «I servizi mi avevano lasciato in pace per un po', ma all'inizio del 2010 sono tornati a inquietarmi per collaborare. Se mi pento io, succede un terremoto». «Dal boss Pelle, io sono stato mandato », aveva aggiunto Zumbo, che si rifiuta però di fare il nome del suo «puparo» in divisa. 

Tra Milano e Reggio non si escludono sorprese esplosive sui complici eccellenti della 'ndrangheta.

giovedì 28 luglio 2011

Terremoto in Provincia: indagato per corruzione il vicepresidente

Terremoto in Provincia: indagato
per corruzione il vicepresidente

 

Il vicepresidente della Provincia Antonino Brambilla

Monza - Terremoto in consiglio provinciale. Il vicepresidente Antonino Brambilla, assessore all'Urbanistica, è indagato dalla procura di Monza per corruzione. Nella stessa inchiesta anche altri tre esponenti politici molto noti a Monza e in Brianza: il consigliere regionale Massimo Ponzoni, l'ex sindaco di Giussano Franco Riva e l'ex assessore provinciale Rosario Perri, dimessosi dall'incarico un anno fa sulla scia delle intercettazioni dell'operazione "Infinito" che ha sgominato le cosche della 'Ndrangheta nel nostro territorio. Nell'inchiesta, condotta dal sostituto procuratore della Repubblica cittadina Giordano Baggio, altri indagati, tra i quali due imprenditori brianzoli e due funzionari della Regione Lombardia.

Al centro delle indagini, secondo l'accusa, operazioni illecite attorno alle aree interessate dai piani regolatori di Giussano e Desio da parte di Brambilla, all'epoca dei fatti contestati assessore all'Urbanistica a Desio, Perri, funzionario dirigente dell'ufficio tecnico della stessa città, e dall'allora sindaco Riva in cambio di incarichi politici di prestigio grazie a Ponzoni (nelle sue funzioni di coordinatore regionale del Pdl). La notizia dell'inchiesta è emersa nelle ultime ore a seguito del decreto di proroga delle indagini, scattate ufficialmente il 27 dicembre scorso con l'iscrizione degli indagati sul registro delle comunicazioni di reato, emesso dal gip di Monza Maria Rosaria Correra.

«Ho saputo di essere indagato e per questo mi sono presentato spontaneamente dal pm», ha dichiarato Brambilla a "il Cittadino", promettendo di difendersi «documenti alla mano» dalle accuse di corruzione ipotizzate nei suoi confronti dal pm Baggio. «È un addebito infondato, inverosimile, sulla base di elementi inesistenti - dichiara l'avvocato Ivan Colciago, difensore di Brambilla -. Il mio assistito, che peraltro si è presentato davanti al pubblico ministero senza avere la cognizione degli elementi finora raccolti, ha risposto in modo esaustivo agli addebiti formulati». Nega le accuse anche l'ex sindaco di Giussano Franco Riva: «Come sindaco ho sempre cercato di assicurare all'amministrazione la massima trasparenza e pulizia morale».

Tutti i particolari e le reazioni nell'edizione de "il Cittadino" in edicola domattina.

Antonella Crippa
Federico Berni

sabato 23 luglio 2011

"munnezza" a desio, possibile. "5 stelle": sono rifiuti pericolosi

«Munnezza» a Desio, possibile
«5 Stelle»: sono rifiuti pericolosi

Il forno inceneritore di Desio (foto Radaelli) (Foto by FABRIZIO RADAELLI)

Desio - Disponibili a smaltire fino a 10 tonnellate al giorno di rifiuti. Praticamente, il carico di un camion. Nel pieno del dibattito sulla spazzatura di Napoli, arriva la "nota tecnica" di Alcide Copreni, presidente di Bea, la società che gestisce il forno inceneritore di via Agnesi. "Di fronte all'eventualità dell'arrivo di rifiuti campani - spiega Copreni - il nostro impianto sarebbe disponibile ad accogliere 10 tonnellate al giorno, a precise condizioni".

Lo ha anche scritto nero su bianco il direttore generale di Bea, Alberto Cambiaghi, rispondendo ad una richiesta della Regione Lombardia, che qualche giorno fa ha avviato una "ricognizione" tra tutti gli impianti lombardi, per sapere le disponibilità di ciascuno. "Fatto salvo l'adempimento di tutte le norme in materia ambientale (tipologia dei rifiuti che sia compatibile con le nostre autorizzazioni) e la predisposizione di parte dell'autorità competente di una specifica ordinanza, la società è disponibile al ritiro dei rifiuti".

E in allegato, la scheda tecnica specifica che la quantità per cui Bea dà la disponibilità è di 10 tonnellate al giorno. L'ipotesi resta comunque sulla carta, perché ogni decisione sarà presa in subordine al decreto rifiuti (per ora bloccato) , ad un eventuale accordo tra Stato e Regioni e dopo un'ordinanza specifica del prefetto, di fronte all'emergenza. Prima dell'accoglienza, insomma, ci sono tante tappe da affrontare. Il forno, comunque, sarebbe pronto ad accogliere i rifiuti in eccedenza.

Non vede nessuno scandalo il presidente Copreni. "Che differenza c'è tra i rifiuti di Napoli e altri rifiuti? La spazzatura non ha colore politico. Di fronte all'emergenza, scatta la solidarietà". Non la pensano così la Lega Nord che ha avviato una petizione raccogliendo 500 firme e il consigliere comunale di Desio 5 Stelle, Paolo Di Carlo: «Quei rifiuti sono pericolosi, contengono di tutto».
P.F.

venerdì 1 luglio 2011

Monza, la Provincia dice stop ad altri centri commerciali

Monza, la Provincia dice stop ad altri centri commerciali

da Il Giorno
articolo di
MARCO DOZIO

La concentrazione è fra le più alte d'Italia e ci sono nuove richieste. Allevi: «Il territorio non è una risorsa infinita»
 
— MONZA —
LE PAROLE sono nette, non c'è spazio per le interpretazioni. Basta alla «corsa selvaggia» ai nuovi centri commerciali in Brianza. Dario Allevi, presidente della Provincia, e Marco Mariani, sindaco di Monza, garantiscono che lo scriveranno nero su bianco nei rispettivi documenti urbanistici, senza ripensamenti.
Promettono, in sostanza, che l'assedio della grande distribuzione si fermerà qui. Anche perchè il territorio brianzolo è già abbondantemente saturo con i suoi 94 supermercati, i 6 grandi magazzini, i 45 centri commerciali propriamente detti, i 7 ipermercati e i 59 minimarket (dati 2007, ultimi ufficili a disposizione). Il capoluogo, poi, è in fondo alla classifica lombarda per numero di negozi di vicinato in rapporto agli abitanti. Peggio di Milano. La graduatoria si rovescia se parliamo di superfici dedicate alle grandi strutture di vendita: a Monza ci sono 29 metri quadri ogni 100 residenti, addirittura 61 se si comprendono i Comuni della cintura. E anche in questo caso Milano è alle spalle della città di Teodolinda. Un primato. Lo ha detto a chiare lettere Dario Allevi, durante il convegno di ieri all'hotel de La Ville dal titolo «Il futuro del commercio in Brianza», organizzato da Confcommercio monzese e dall'Unione Commercianti di Monza e circondario.
«Nessuna persona di buon senso può pensare che ci sia ancora spazio per la grande distribuzione che sta desertificando i centri storici, in molti casi lo ha già fatto, generando città dormitorio». Cartellino rosso, stop alla nascita di nuovi outlet e affini. «Stiamo mettendo a punto il Piano territoriale di coordinamento provinciale a cui i Comuni dovranno fare riferimento», ha precisato Allevi, sottolineando una svolta condivisa da Comune e Regione. «Per la Provincia è la battaglia delle battaglie, quella per fermare il consumo di suolo e la costruzione di altri centri commerciali». Poi mette sul tavolo un dato impressionante. «Per un occupato nei centri commerciali se ne perdono 6 nei negozi». Allevi racconta le azioni politiche per scongiurare l'outlet di Costamasnaga e quello di Sulbiate. E avverte. Il business non è solo commerciale. «I costruttori ci guadagnano comunque costruendo il 'cubotto', anche se poi il centro commerciale fallisce».

ANCHE il sindaco Mariani garantisce che nel Pgt non saranno previsti nuovi spazi per le mega strutture, e torna a sventolare la bandiera del federalismo come unica soluzione. «I Comuni vivono con gli oneri di urbanizzazione, è una porcheria: gli enti locali dovrebbero mantenere il 50% delle tasse pagate dai loro cittadini, bisogna cambiare le regole subito perchè il suolo non è un bene infinito, siamo la zona più urbanizzata d'Europa dopo Napoli». Al convegno è intervenuto anche Pietro Tatarella, consulente dell'assessorato al Commercio della Regione. «Abbiamo 3 richieste di nuovi centri commerciali in Lombardia, il nostro non può essere un 'No' a ogni costo, ma la nostra linea è chiara: stiamo supportando i negozi di vicinato. Abbiamo stanziato 15 milioni con il contributo dei privati per i distretti commerciali, fondi che servono per rilanciare le nostre botteghe

lunedì 20 giugno 2011

Desio, prima seduta dal Consiglio Comunale con un po' di veleni dal centrodestra

Desio, prima seduta del Consiglio comunale con un po' di veleni dal centrodestra

da Il Giorno
articolo di 
ALESSANDRO CRISAFULLI

 

È iniziata l'era Corti, emozione e applausi

— DESIO —
A PARTE QUALCHE voce fuori dal coro, è stato un "concerto" dalle melodie dolci, quello che Roberto Corti ha diretto ieri pomeriggio, davanti a una platea di circa 400 desiani. Sia dall'una che dall'altra parte del teatro consiliare sono arrivate note di... collaboriamo, rispettiamoci, facciamo il bene della città e via così, fra metaforiche strette di mano (vedi la votazione unanime per il presidente del Consiglio comunale Carmine Messaggiero del Pd) e tanti applausi.
A rompere almeno l'idillio, e a mettere un po' di pepe sul piatto della prima seduta del parlamentino, ci ha pensato Vincenzo Bella, come sempre provocatorio all'esordio. Quasi a voler lasciare subito un'impronta forte, quasi ispirato dalla sala strapiena di concittadini: «Lei, signor sindaco - ha detto, citando Machiavelli e il suo Principe - ha vinto non solo per virtù ma anche per fortuna. E' la fortuna che è stata la componente fondamentale, perchè se facciamo la somma dei voti, Desio rimane una cittadina di centrodestra». E giù fischi: reazione diversa dal misto di gelo e applausi suscitato un anno addietro con il suo discorso sui voti "pilotati" nel centrodestra e certi modi di condurre il suo partito. «Le istituzioni democratiche a Desio sono cadute nel punto più basso - ha detto Tiziano Garbo, uno dei principali sconfitti della consultazione - adesso occorre rialzarle e ripartire dall'anno zero: la sinistra deve dimostrare di saper governare le opportunità di crescita, vedi tutte le grandi infrastrutture che a breve saranno in cantiere, alle quali ha sempre opposto il suo no». Molto apprezzato l'intervento a braccio di Messaggiero, che ha fatto un appello per «collaborare e concentrarsi sui problemi concreti della città, senza perdere tempo in grandi discorsi, in maniera da dare risposte alle esigenze dei cittadini e promuovere la svolta di cui Desio ha bisogno». Qualcuno, come Paolo Di Carlo di Desio 5 Stelle, ha subito riacceso i riflettori su un tema concreto, come il progetto di raddoppio del Forno inceneritore: «Chiedo che il Comune faccia sentire presto il suo no in Provincia - ha detto - dove stanno elaborando il Piano dei rifiuti».

«LA NOSTRA non sarà una opposizione preconcetta - aveva già anticipato Silvio Arienti, il candidato battuto della Lega Nord -, siamo disponibili a collaborare, ma saremo attenti e puntuali nel nostro ruolo». All'inizio della seduta, Corti, in impeccabile completo blu e cravatta gialla, ha giurato sulla Costituzione, dopo un Inno d'Italia che ha visto qualche leghista fra il pubblico voltare le spalle. «La grande partecipazione dei cittadini e il grande entusiamo - ha detto, senza indossare la fascia tricolore, dopo aver ringraziato commosso la sua famiglia - sono la miglior garanzia perchè l'interesse della collettività venga messo al centro dell'azione amministrativa».

UN PLEBISCITO di consensi per l'intervento accorato di Giacomo Pesce, giovane consigliere del Pd: «Grazie a tutti coloro che hanno dato fiducia ai giovani, di entrambe le parti. Dimostreremo di non essere solo una moda ma di saper portare idee e proposte concrete». E ad aprire la seduta è stato un altro "baby" del Pd, Diego Sironi, tanto emozionato quanto bravo a svolgere il delicato compito.